Letteratura vs Giovani (parte prima)

La scrittura, così come le varie forme d’arte, vive e si sprigiona in se stessa con elegante disinteresse e allo stesso tempo con un coinvolgimento e una passione tali da rendersi conto del mondo, riconoscerlo. Come diceva Italo Calvino, “Saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Al giorno d’oggi, con il potere onnipotente dei social media, si è un po’ perso il valore arcano che per secoli ha caratterizzato la scrittura, che l’ha resa non solo utile, ma necessaria. Un valore inecomiabile, che con il passare del tempo si è incarnato negli amanti delle lettere, ma che ha via via perso spessore. Quando si impone qualcosa (che sia il mangiare i broccoli o studiare una pagina per l’interrogazione di storia) porta – di solito – ad ottenere il risultato opposto a quello sperato. Un processo di disattenzione nel periodo della formazione, seguito dal drastico abbandono del concetto di cultura.

Da premettere, per cultura si intende tutto quel bagaglio di conoscenze che la persona raccoglie, durante la sua contemplazione della vita stessa. Non è indifferente, tutto diventa indispensabile per la cultura. Leggere Tolstoj solo per dire d’averlo letto e poi non averci capito una cippa, non è che un esempio di quella che può essere definita (a mio parere) “anti-cultura”. Una proiezione piacevole ad un argomento fondamentale è un metodo di incoraggiamento positivo per i ragazzi, in particolare. Rendere la conoscenza non un obbligo o un dovere, ma l’usufruire di un piacevole diritto che non porta altro che la ricchezza interiore.

Quindi, per tornare alla letteratura, è importante – se non necessario – portare i ragazzi a conoscere le letture classiche – obbligatorie durante il percorso di studi – attraverso un approccio semplice. Se devo leggere Petrarca e piangere con lui, mentre si strugge per l’amore che prova pe Laura, non devo pensare ad un altro segaiolo che è finito a scrivere le sue pene d’amore perché “tanto manco mi guarda”. Petrarca ha il suo perché, le sue bellezze, il suo modo di decantare una donna e le particolarità della sua epoca. Così come Leopardi.

Allora, su Giacomo l’argomento si intensifica. Lo so, non è il massimo dell’allegria, ma Leopardi ha scritto poesie talmente meravigliose da chiedersi come sia giunto a partorire una tale combinazione di parole e sentimenti. Esempio, nel momento in cui si perde ad osservare Silvia, non fa che esaltarne la bellezza, i modi. I sapori nascosti nel proprio sguardo che si sviscerano dolcemente nel corso della poesia, che non annoia – come si pensa spesso – ma mostra un cuore ingenuo, di una semplicità disarmante, incapace di farsi avanti e confessare il proprio amore ad una ragazza che ormai non c’è più, alla quale non ha mai avuto il coraggio di esprimere i propri sentimenti.

Ne L’infinito un mondo si sprigiona dalle parole di Leop. Principalmente si colgono due aspetti fondamentali della sua poetica in questa lirica: l’indefinito e il vago (che segnano l’inizio anche della sua composizione poetica). Non bisogna focalizzarsi sugli aspetti di ordine tecnico (come il fatto che scelga l’idillio rifacendosi ad una tradizione greca), ma concentrarsi sul messaggio che manda il testo. Non fa altro che aprire e chiudere una finestra, mostrando quello che immaginiamo o semplicemente ricordiamo, e quello che vediamo e sentiamo. Un pendolo (per parafrasare Schopenhauer) che oscilla tra un mondo puramente empirico e un mondo virtuale, che passa (attraverso) portando il soggetto al limitare sempre più incerto della razionalità, chiamando a sé i temi ostici della vita e della morte.

Queste chiavi di lettura coinvolgono tutti quei poeti che, studiati a scuola con sforzo, come se stessero imboccando un bambino con un passato di prugne e piselli, vengono screditati agli occhi di potrebbe ancora apprezzarli. Allora non è un caso se Dante diventa il nemico pubblico in primis, quando si parla di letteratura. Né che la tripartizione del mondo ultraterreno venga tanto svalutata con la semplice frase “Oh no, Dante..”, con quel classico tono di chi la storia la conosce a memoria, anche solo per i concetti principali.

Mi viene da chiedere in quale momento sia accaduto tutto questo. In quale momento, il dissenso alla lettura (e spesso alla cultura) sia diventato così prepotentemente forte.

Credo che una soluzione rapida al “problema” non sia altra che la passione. Al liceo ho avuto un professore di letteratura che mi ha fatta innamorare (non che già non lo fossi) delle parole. È stato in grado di farmi apprezzare il Paradiso, quando la professoressa degli anni precedenti non era riuscita nemmeno a farmi apprezzare Purgatorio e Inferno (per cui nutro una profonda passione). Non solo, sono arrivata a prendere l’appellativo di “Chinaski“, in memoria dello pseudonimo di Buk (Charles Bukowski), perché in classe mi capitava spesso di leggere i suoi libri tra una lezione e l’altra (erano tra i più simpatici che potessi portarmi dietro, perché leggere Buk è sempre stato un po’ come leggere il mio diario).

Vivere eccessivamente nella chiave dell’obbligo è come confinare un colibrì in una teca di vetro, mentre disegna numerose volte l’infinito con le sue ali e si spegne a metà dell’opera.

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