Vi porto in Mahkrat

Il brano di seguito è tratto dal racconto Mahkrat: Il ritorno della Dea (avvertenze: ogni pubblicazione è protetta da copyright).

Dense nuvole di fumo. L’odore acre e soffocante delle fiamme. Urla disperse nella confusione generale. Case e botteghe distrutte o arse dal fuoco. Draugluin non aveva registrato altro, mentre correva per le strade, ma adesso, seduto allo spesso tavolo in pietra, difronte a cinque volti rabbuiati dagli ultimi eventi, conosceva i fatti e stringeva i pugni per cercare di contenere la propria furia.

 In più, il pensiero di aver lasciato Kali in mani che non fossero le sue, lo preoccupava enormemente. Le aveva detto con rabbia che il suo desiderio era stato esaudito,ma solo perché avrebbe voluto che la loro separazione – se proprio doveva esserci – fosse avvenuta in circostanze differenti e per un motivo più che valido: il suo ritorno sulla Terra. Si sentiva ansioso, voleva andare a prenderla e continuare il loro viaggio, nonostante il suo obbligo di recarsi nella Capitale. Anche se probabilmente non avrebbe dovuto preoccuparsi di questo, il Re stava arrivando a Nordagred. Dopotutto, la città era un’importante centro economico e il primo centro di rifornimento di armi della Capitale. Le perdite, quindi, erano state alte, ma nessuna delle persone in quella stanza si stava preoccupando delle vittime umane. E lui non ne era affatto sorpreso. Quando finalmente avevano messo al sicuro chiunque avessero trovato per le strade e nelle case e le esplosioni avevano finito di assalire la città, si erano riuniti in una stanza per le riunioni nella caserma della Guardia. Nessuno degli uomini presenti aveva l’aspetto di aver compiuto chissà quali sforzi nelle ore precedenti, nessuno eccetto Draugluin.

 I cinque uomini che gli stavano seduti di fronte erano un consigliere, di fianco a lui, Atanvar; accanto a questi, il secondo consigliere, Ciryatan – uno degli uomini più avari che avesse mai conosciuto; a seguire, Curunìr, capitano del reggimento nella città di Nordagred; Càno, capo dell’associazione commercianti e il capitano della divisione delle squadre in quella regione del Paese, Ancalagon. Non era la prima volta che si ritrovavano nella stessa stanza e di solito non significava niente di buono, proprio come in quel momento. Se si pensava che persino il re di Mahkrat stava per presenziare a quella riunione, si poteva dedurre che la faccenda fosse più grave di quanto si pensasse.

 Essere il Comandante delle Guardie di Mahkrat gli aveva sempre dato un senso di orgoglio,un riconoscimento tanto elevato, per una persona come lui, da pensare spesso di non meritarlo. Ma il re l’aveva preso sotto la sua ala e solo grazie a lui aveva potuto cominciare l’addestramento. Conosceva le voci che sostenevano un segreto appoggio del re per la sua carica di Comandante, ma lui sapeva bene che erano stati i suoi sforzi, il suo costante impegno e il suo atteggiamento a far sì che lo nominassero tale. Era solo troppo inesperto per portarne il titolo ed essere consapevole di tutto quello che comportava, di tutte le scelte ricche di conseguenze. E da quando aveva conosciuto Kali si sentiva ancora più inadatto,poiché aveva lasciato che una ragazza potesse distrarlo a tal punto da non essere in grado di comportarsi in base al ruolo che ricopriva nel suo Paese.

 «Abbiamo subito molte perdite oggi.. i costi per coprire i danni saranno esorbitanti», si lamentò Ciryatan, aggiustandosi la giaccia marrone.

 «La cosa più importante è liberarsi dei Ribelli», abbaiò Curunìr, fissando lo sguardo nocciola in quello nero del capitano Càno. Questi gli restituì uno sguardo ricco di sottintesi, ma non disse nulla.

 «Persino il Re ha deciso di unirsi alla nostra riunione. La notizia si spargerà per tutto il Paese così in fretta che non potremo far niente per arginare le chiacchiere», disse Atanvar, più preoccupato di come gli calzava il completo grigio scuro che delle condizioni in cui verteva Nordagred.

 L’ipocrisia alla base di quella conversazione era come un corrosivo, tra quelli che generano danni permanenti non appena vengono a contatto con un oggetto o una persona; puoi avvertirla sulla pelle, mentre striscia lasciva sull’epidermide e cerca di corromperti, e tu puoi ingannarla e convincerla che ne sei assuefatto,perché se dovesse accorgersi del contrario, saresti in guai seri. Il Comandatelo sapeva e per evitare che le emozioni prendessero il sopravvento, facendo così apparire poco chiaro e inappropriato il suo comportamento come Guardia Scelta, mantenne il silenzio sulle sue opinioni. Stare con Kali l’aveva cambiato in un modo che non comprendeva e che non avrebbe analizzato in quel momento.

«Propongo di trasferire i superstiti e distribuirli nei villaggi vicini», rifletté Atanvar, prendendosi il mento barbuto in una mano.

I capelli biondi ricadevano ordinati sulle spalle, donando alla sua pelle sfumature d’oro singolari, ma gli occhi verdi come i prati umani d’estate erano il tocco di sensibilità che rendeva l’insieme non troppo preciso. Dietro i vestiti di alta sartoria e il narcisismo, vi era quel lato del suo carattere che l’avevano reso primo consigliere di Nordagred.

«Mi sembra una buona idea», esordì il Re, entrando nella stanza.

Gli uomini seduti al tavolo si alzarono e si piegarono in un inchino carico di reverenza, e quando  Rathos li liberò da tale pratica gerarchica, Draugluin notò lo sguardo pieno di affetto del Re su di sé. Lo guardava con un amore tale che avrebbe lasciato intendere a chiunque, persino ad un occhio meno attento, quanto lo considerasse un figlio.

Ragnor aveva il portamento di chi è stato educato a rispettare un determinato codice di comportamento, elegante come pochi uomini e affascinante nonostante l’avvicinarsi del suo cinquantesimo anno di vita. I capelli brizzolati cadevano in ciocche morbide attorno al volto, la folta barbanera capeggiava sovrana sul viso e gli attenti occhi castani lasciavano intendere fosse un uomo deciso e al contempo gentile. Si lasciò cadere sull’unica sedia libera, tra il consigliere Atanvar e Draugluin.

«Voglio conoscere tutti i dettagli, consigliere Ciryatan», disse poi, lisciando distrattamente le pieghe dei pantaloni.

Ciryatan snocciolò la catena di eventi che si era affacciata e aveva travolto la città commerciale di Nordagred. Un gruppo consistente di Ribelli aveva ucciso le guardie del cancello est, mentre un altro si insinuava nella città. Non si era ancora riusciti a comprendere bene il come, ma avevano posizionato degli ordigni esplosivi a distanze regolari, programmati per esplodere a distanza di un minuto l’uno dall’altro. Questo aveva generato un numero alto di danni, la perdita di alcuni uffici, di una banca e il crollo di diversi edifici, nonché un elevato numero di vittime.

«E dei Ribelli?», chiese il re, assorto nei propri pensieri.

«Ne sono stati catturati alcuni, mio Signore. Purtroppo il gruppo che è riuscito a fuggire era piuttosto consistente».

Ciryatan non sembrava particolarmente dispiaciuto dalla notizia, ma se il Re se ne accorse, non lo diede a vedere.

«Abbiamo perso molti uomini. Dovremmo avvertire le loro famiglie e organizzare un funerale in loro onore», si intromise Curunìr, spezzando il breve silenzio che era calato nella stanza.

«La cerimonia si terrà domani, nel pomeriggio. Uno dei miei uomini verrà da voi non appena terminata la riunione, per aiutarvi nei preparativi», asserì Ragnor.

Il resto della conversazione fu un’accozzaglia di finta compassione, irritante più dell’orticaria. Càno e Ancalagon non avevano aperto bocca, se non per pronunciare un dissenso, quando il consigliere Atanvar aveva proposto di chiudere per un certo periodo i cancelli della città, per dare ai suoi abitanti il tempo di riprendersi dal terribile evento e di ricostruirsi. Non ritenevano necessario un periodo di riposo, se così si vuol chiamarlo. Nordagred era uno dei centri commerciali più importanti di tutto il Paese e mai avrebbero permesso di perdere importanti trattative per qualcosa di sciocco come la ricostruzione della città. Ed essendo il re una figura marginale nella conversazione, nessuno badava a quanta attenzione impiegasse nello studiare ogni loro frase, ogni gesto così da comprendere le personalità che sedevano con lui. Ne era malinconicamente insoddisfatto, ma non per questo disgustato. La vita aveva avuto modo di insegnargli qualche lezione fondamentale, aiutandolo a ricordarle ogni volta lo ritenesse necessario e renderlo così comprensivo nei confronti di situazioni e di eventi inattesi. L’unico uomo in quella stanza che godeva della sua piena fiducia gli era seduto accanto e come lui, osservava attento il resto degli ospiti nel loro ambiente di caccia.

Non essendosi mai sposato, Draugluin era ciò che si avvicinava di più ad un figlio, ad una famiglia e lo amava come tale. Sapeva, però, che il suo amore poteva metterlo in una posizione ancora più difficile di quella in cui già si trovava, poiché nessuno, se mai avesse mostrato un ardore maggiore, avrebbe riconosciuto le capacità di un uomo che stava dando a quel Paese più di quanto egli stesso non avesse fatto. Notare la circospezione con cui analizzava quelle persone, nonostante avessero una carica più importante della sua o una autorità maggiore in città, lo riempiva di un certo orgoglio.La diffidenza non è un difetto, bensì il segno di una mente attenta e curiosa,incapace di guarire dall’unico atteggiamento umano in grado di sopravvivere al tempo, la curiosità.

Al termine della riunione, conclusa solo nel momento in cui il Re aveva dichiarato che non ci sarebbe stato alcun provvedimento fino a quando non avrebbe avuto progetti e proposte scritte a riguardo, Draugluin aveva atteso che Ragnor uscisse dalla stanza per parlargli in tutta franchezza.

«Sapete che vi porteranno proposte in grado di soddisfare solo i propri interessi», dichiarò deciso Draugluin, camminando accanto al re.

«Ne sono perfettamente consapevole», rise Ragnor, divertito dalla reazione del Comandante.

«Mio Signore, dovete fare qualcosa a riguardo, ne avete l’autorità».

«Draugluin, figliolo», cominciò il Re, fermandosi nel mezzo del corridoio in legno, «a volte non basta avere una elevata posizione di potere per poter cambiare il mondo. Devi comprendere che ci sono leggi a cui persino un uomo nella mia posizione deve sottostare».

«Eppure deve esserci qualcosa che potete fare».

«Lo faccio, figliolo», sghignazzò Ragnor. «Credono che la corruzione sia giunta fino a me e che mi sia lasciato corrompere, ma non si sono resi conto che non ho permesso a nessun desiderio di vincermi. Questa è una lezione fondamentale, Draugluin. Non permettere a nessuno di spezzare il tuo spirito, perché se tu lo volessi indietro come lo conoscevi, non ti sarà possibile e allora comprenderesti il valore della perdita».

Draugluin non sapeva bene cosa rispondere ad una affermazione simile, suonava più come un rimprovero che come un consiglio, ma accettò quel che gli veniva offerto, perché peggio di un consiglio non richiesto ci sono le orecchie sorde che non sono in grado di accoglierlo.

«Vi lascio, Comandante. Non mancate alla cerimonia di domani», mormorò Ragnor, poggiando premuroso una mano sulla spalla di Draugluin, prima di proseguire lungo il corridoio.

Nonostante l’adorazione per il Re, la volontà di estirpare la corruzione e le ingiustizie era forte quanto i suoi doveri di Comandante. Non avrebbe lasciato la possibilità a quegli uomini di sopprimere i suoi ideali, perché persino un uomo solo può fare molto.

 

Tratto dal capitolo 10 (estratto).
Per continuare a leggere, allego di seguito il link dove è possibile trovare la versione integrale: Mahkrat

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