Capire i giovani con l’ultimo romanzo di Raimo

Ho avuto il piacere di conoscere lo scrittore romano Christian Raimo, recentemente diventato Assessore alla Cultura al Terzo Municipio di Roma. La prima volta che lo incontrai, era stanco e indossava una sgualcita camicia azzurra, era arrivato da poco in città ed era piuttosto provato dal viaggio, ma quello che mi colpì maggiormente fu il modo diretto e privo di ninnoli con cui parlò ad un  gruppo di quindici studenti in cerca di risposte sul mondo della scrittura, dell’editoria.

Raimo condusse l’incontro con una dialettica quanto mai loquace, ma coinvolse tutti e rese l’incontro interessante. 
Mi è capitato di incontrarlo nuovamente qualche giorno fa, ospite in una delle librerie della mia città per parlare del suo ultimo romanzo La parte migliore. Persino una scettica come me è riuscita ad apprezzare il riferimento biblico (ci si riferisce ad un passo del Vangelo di Luca) cui fa in parte accenno il romanzo. Ma quello che colpisce, ad un primo sguardo, è la presenza viva e spesso totale di due personaggi femminili, Leda e Laura, madre e figlia vittime (a volte) della vita. Due donne di una fragilità d’acciaio che nel romanzo rivoluzionano la propria vita e ne prendono le redini in mano, pronte a farsi carico delle proprie scelte e del proprio destino.

Tra i numerosi scrittori (si intende, uomini) che hanno scritto di personaggi femminili, quello che contraddistingue le due donne di Raimo non è solo il periodo storico (certo un po’ più moderno rispetto a quello in cui è vissuta Pamela), quanto la forza interiore che emerge nel romanzo. Due donne incredibilmente risolute, non personaggi statici, ma in continuo mutamento.

Laura è un’adolescente, indecisa e spesso critica soprattutto nei confronti della sua stessa generazione, con una spiccata passione per la poesia. Sua madre, Leda, ha quarantacinque anni e fa la psicologa, lavora con i malati terminali. Un giorno, Laura confessa alla madre che è rimasta incinta, ad una festa con degli amici si è ubriaca ed è andata a letto con un ragazzo. Questo gioco tra la vita e la morte tocca il romanzo già dalle prime pagine, il desiderio cocente della vita, mischiato a quello più languido della morte.

Raimo spiega: “L’incontro della vita e la sua fine non volevo che rimassero solo un discorso sui media. A volte ci si ritrova quando una morte colpisce una famiglia, ma può anche portare a separarsi”. Il che ci riporta molto all’incipit di Anna Karenina (“Tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”). “Viviamo – continua Christian – molte malattie croniche, c’è una forma di piccola morte in tante cose oggi. Cioè, in tante cose sconnesse che hanno fatto i miei genitori, una delle cose che hanno fatto bene  è una piccola cosa nei confronti della morte. Ogni volta che andavamo a trovare la famiglia di mia madre a San Paolo Civitate, facevamo sempre tappa al cimitero. Era una tappa obbligatoria quando eravamo piccoli, mia sorella ed io. Andavo lì ad addolorarmi per morti che in realtà non avevo mai conosciuto. Credo sia un’esperienza comune rispetto ai riti familiari che si fanno di solito. E anni dopo mi sono reso conto di come mi abbia dato una familiarità non angosciante rispetto alla morte.

In qualche modo quella parete oscena tra la vita e la morte  era permeabile. Per quanto la gita al cimitero fosse la parte pallosa, però se non si andava a trovarli, se non si faceva quella tappa fissa, si sentiva quello strano senso di sciagura, come se un possibile incidente fosse dietro l’angolo. Per me è stato importante. Oggi si è persa questa educazione alla morte”.

Parlare della morte in modo normale, non trattare l’argomento come un tabù da evitare, una malattia incurabile che si crede (quasi fanaticamente) non toccherà mai a noi. Si vede, se ne sente parlare ai telegiornali, ma in realtà ci si crede immuni ad una condizione umana di una fatalità disarmante e talmente semplice da non riuscire a credere porti con sé anche tanto dolore.

Ma per tornare a temi più leggeri, parliamo di ragazzi. Come già sottolineato, nel romanzo si parla di adolescenza. Eh già, D’Avenia non è più il solo a dedicarsi alla rivalutazione dei giovani d’oggi. “Quando mi chiedono – dice Raimo, sorridendo divertito – come sono i ragazzi di oggi, trovo la domanda molto stupida, mi viene da rispondere ‘come eravamo noi’! Ma qualcosa è cambiato, più che altro attorno a loro”.

E’ vero, come dice Raimo, molti ragazzi oggi sono figli unici o convivono con il divorzio dei genitori. “Sono ragazzi speciali – dice – e questo li mette sotto pressione”.

I ragazzi non sono macchine, non devono produrre continuamente buoni risultati che, per quanto positivi, non sempre portano loro felicità. Sono persone, piccole ma lo sono, e hanno emozioni e personalità che vanno rispettate. Essere continuamente giudicati da adulti incapaci di ricordare come ci si sente a quell’età è una grave mancanza nei loro confronti. I ragazzi sono importanti, sono il futuro e crescerli con ostilità non è forse una contraddizione proprio per ciò che ci si aspetta da loro?

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