Scrivere o non scrivere: il futuro nebbioso
Il mondo evolve con spiccata e marcata velocità, travolgendo in un momento ciò che fino all'attimo prima non era che la consuetudine. Se da un lato questo è il piacere necessario del progresso e dello sviluppo, dall'altro genera dei dislivelli per chi al passo con i tempi non riesce a stare. I conservatori si dilettano a incasellare nuovamente quello che sembra uscire dai bordi di una figura in un libro da colorare, per arginare i danni causati dalle matite colorate. E' giusto? Il mondo che conosciamo è complesso - lo è sempre stato - e più gli anni si acavallano in decenni, più è difficile riconoscere i confini che ne hanno delimitato scenari reali e immaginari.
Ciò che resta è una necessità, la stessa che da sempre sospinge l'uomo a portare avanti le sue scelte. La stessa che si manifesta in politica, nei dibattiti sui diritti umani, nella ricerca di un linguaggio che possa abbracciare pienamente e consapevolmente ogni "diversità". Ho avuto sempre l'idea che la scrittura - così come ogni singola arte - potesse mantenere quel distacco indipendente che le ha permesso, in alcuni casi, di rivoluzionare intere epoche. Con la scrittura si denuncia, si elogia, si spiega, si racconta, si diffonde. Ogni aspetto della parola vive per arrivare all'altro, ma è sorto un dubbio che di recente ha quasi trovato fondamento: se avessimo dato per scontato che la parola ci spettasse di diritto? Se non avessimo più preso in considerazione che qualcuno potesse portarcela via?
In un'epoca in cui il grande sviluppo va avanti come un treno a massima velocità, forse abbiamo cominciato a cullarci sul fatto che ciò che avevamo era nostro a prescindere? I giovani osservano ciò che accade nel mondo, ma non tutti e non con interesse. Per quella buona fetta di ragazzi e ragazze che militano nel campo dell'informazione, ce ne sono altrettanti che non lo fanno. Per chiunque si interessi a mantenere un diritto, c'è chi è scoraggiato e con fare rassegnato va avanti nella sua vita, come se il destino fosse stato scritto da qualcun altro e non fosse possibile apporvi modifiche.
Si complottano scenari, si annichiliscono idee. Ci sono degli importanti passi indietro che il globo nella sua interezza sta compiendo o ha intenzione di compiere. Nel 2022, con anni di evoluzione alle spalle e più di 24 mesi di pandemia, è possibile fare così tanti passi indietro? E' giusto per chi leggerà nei libri di storia quello che oggi sta succedendo e che forse sta per strappargli qualcos'altro, qualcosa che già alla mia generazione è stato portato via o sarà portato via?
Compito non scritto delle generazioni che operano nel presente - qualsiasi presente - è quello di lavorare per se stessi e per chi verrà, per non lasciare che qualcuno viva le ingiustizie e i limiti che hanno ghettizzato una intera comunità di giovani. Ma chi vorrebbe assumere tale compito? Chi se l'è assunto? Chi lo difende?
Per questo mi rivolgo agli scrittori. Ognuno di noi può essere uno scrittore, ma necessario è anche avere qualcosa da raccontare. Allora vi chiedo: ricordate il piacere della libertà di parola. Non è per tutti e non è sempre stato libero parlare o scrivere. Abbracciate questa opportunità, non permettete che ci sia un altro 1984 a denunciare le paure, le ingiustizie, gli scenari reali o possibili di un mondo che non si comprende più. Libertà di parola non è offesa diversificata al prossimo, ma consapevolezza del linguaggio e dell'espressione. Consapevolezza del mondo che esige verità e interesse, senza dimenticare bellezza e difficoltà. La parola è già libera, è già padrona di se stessa, non conosce confini entro cui dovrebbe essere limitata. Non oggi. Non in tutti i Paesi. Bisogna rendere prezioso un potere così, infiammandolo di nuova vita e speranze.
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