Esodo o non esodo
Oggi ho partecipato ad un incontro in cui il tema centrale era la povertà educativa, in tutte le sue declinazioni. Autorità importanti del mio territorio vi hanno preso parte e tramite i loro interventi ho potuto riflettere molto.
Ho visto amici e conoscenti partire per gli studi, chi è rimasto in Italia, chi ha scelto l'estero come destinazione. Tra le percentuali che si stilano di solito, volevo essere anche io parte di chi se ne va e non in quella di chi resta. La mia città non piaceva, prima di cominciare a lavorare, e ammetto che ci sono ancora cose che vorrei riuscire a cambiare (consapevole che di lavoro da fare ce n'è tanto), ma oggi la guardo con occhi diversi. L'ho spogliata dei veli, quelli che non conoscevo e quelli che invece mi erano noti e che oggi ho avuto l'opportunità di approfondire. Il processo non ha richiesto molto per alcuni aspetti, per altri forse c'è ancora un po' l'effetto sorpresa, come se me lo aspettassi, ma allo stesso tempo sperassi in qualcos'altro. Nella vita ho appreso un concetto che si è rivelato essenziale: non avere aspettative. E non nel senso che non bisogna mai, in assoluto, aspettarsi qualcosa dagli altri o dall'ambiente circostante, bensì quell'attesa involontaria va in qualche modo educata anche alla possibilità di ricevere rifiuti o responsi negativi. Non è un male, in via un po' semplicistica potrei dire che è una tecnica di "sopravvivenza" o di "salvaguardia". E' quello che ho fatto con la mia città: l'ho osservata dapprima curiosa, desiderosa di abbeverarmi a quello che mi veniva offerto e a quello che ho dovuto guadagnarmi; poi, è arriva la consapevolezza, quella che un po' dà fastidio perché distoglie la curiosità per un percorso già noto; infine, sono tornata ad osservare e questa volta mettendo insieme i due fattori precedenti. Fondamentale nel processo di conoscenza, che mai si ferma, è l'assenza del pregiudizio, accompagnata dalla presenza di quell'interesse che genera idee, sogni e a volte speranze.
Quando oggi ho ascoltato ciò che si diceva sulla povertà educativa, ciò che si sostiene quando si parla di operazioni che vadano a contrastare il fenomeno, mi sono resa conto che anche tra noi giovani c'è molta ostinazione nel trattare il tema. Come precisavo all'inizio, ho conosciuto persone che sono andate via da qui per "cercare fortuna altrove" e chi l'ha trovata o chi è tornato perché invece non c'è riuscito, sono un barometro importante. Ogni storia è un principio a sé, che va considerato nel complesso, ma del quale tenere conto una volta formulata l'opinione sull'argomento. Chi è fuori sente la mancanza di una terra, dei luoghi in cui è cresciuto, delle persone che l'hanno accompagnato e anche se non sempre questi fattori sono presenti in ogni ragazzo o ragazza che se ne va, non sono elementi da sottovalutare. Quel contatto che cercano, quella voglia di continuare una comunicazione con ciò che si trova distante da loro non è solo malinconia, è anche consapevolezza. Nella mente di chi va via si formano nuove strade, il confronto con realtà diverse e a volte culture diverse è il passaggio che ad alcuni serve per elaborare progetti e idee che possano servire anche a territori come questo. L'oro giallo, la pesca, la dicotomia tra monti e mare, il pirandico viaggio nell'entroterra che soffre o che gioisce. Forse oggi siamo pieni di punti di vista e questo ci permette di elaborare nuove teorie, di sviluppare quelle già note, ma proprio per questo dovrebbero continuare a stimolare quella stessa curiosità che da bambini ci fa sbucciare le ginocchia per arrampicarci laddove ci è stato vietato salire.
Guardare in alto.
Guardare in alto anche quando le stelle sono offuscate dall'inquinamento da neon.
Guardare in alto anche quando sembra impossibile scorgere una sola lucciola pallida all'interno della propria anima.
Se si smette di guardare in alto, si smesse di sognare e ciò che non si può perdere oggi - nè mai - è la capacità di immaginare, sperare, viaggiare.






